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mercoledì 23 gennaio 2013

My own private home

 
(Ha preso a nevicare.)
La temperatura in questo alloggio è difficile da gestire. Troppo isolato dal resto della casa. Troppo alto il soffitto in legno. Succede che di sopra, sul soppalco, si stia da dio; sotto invece combatto per mantenere una temperatura accettabile. Certo smettere di fumare in casa aiuterebbe, smetterei di aprire le finestre ogni tre per due, ma sono quelle libertà che ci si concede da single. Danno un po' di senso di colpa, dopo anni trascorsi con la buona abitudine di uscire sul balcone per rispetto degli altri abitanti l'alloggio, ma fa troppo freddo, e fumare in piedi in fondo non mi è mai piaciuto, e di smettere - chissà perché - proprio non se ne parla.
(Nevica sempre più.)
Questo alloggio non è malaccio. Troppo legno forse, ma l'equilibrio è dato dal metallo della ringhiera a giorno del soppalco, dal fuoco dato dal colore rosso di alcuni mobili, delle tende, e dal  giallo caldo di metà pareti: chissà se chi lo ha arredato ha consultato le regole del feng shui? E' però rivolto a nord, e non è proprio il massimo, ma in generale mi pare equilibrato. Manca in qualcosa, aria e acqua credo scarseggino, ma riflette in buona parte il momento in cui lo avevo scelto: isolato, raccolto, accogliente. Era quello di cui avevo bisogno, sette mesi fa. Ora non saprei. Fra non molto credo sentirò il bisogno di cambiare, ancora, ma per ora il desiderio di isolamento, per rimettere in pari sensazioni e pensieri, c'è ancora.
(La neve si sta posando.)
Ascolto vecchi vinili. Li ho appena acquistati per rivenderli. Roba abbastanza buona, qualche rarità: Sex Pistols, Clash, Cure, Bauhaus, Siouxie, Talking Heads, The Jam, CCCP, Joy Division e tanto altro ancora. Ieri ho catalogato una collezione di Diabolik: tutta rumenta tranne un solo pezzo, che valeva la pena dell'acquisto in blocco. Sono ritornato indietro nel tempo, a quindici-sedici anni fa, quando tutto questo era il pane quotidiano, scarso, come ora, ma libero di essere: ci si sente molto Rob Gordon, devo ammetterlo, con tutto ciò che vuol dire.
(Fuori è già quasi tutto bianco!)
Vado avanti, un po' per inerzia, con la spinta datami un paio di mesi fa, ma so che non è ancora il periodo per raccogliere, e mi sforzo, per ora, di seminare. Tralascio il come lo sappia. Come il Ferrini di Quelli della Notte ci "sono cose che non si possono dire", chissà poi perché. Ma viviamo in un'epoca strana, che adora gli orologi ma non conosce il tempo, e sinceramente di stare a spiegare non ho proprio voglia. Il brutto però non è solo che non ho voglia di spiegare me, è che alla lunga mi sono stufato di capire tanti altri. Non tutti, ma tanti sì. Forse è il prezzo da pagare, non lo so ancora, non me lo sono chiesto.
Va bene così.
(E' una bella nevicata questa di oggi. Mi ci perdo un po' dietro, a guardarla ricoprire coppi e cortili. Dallo stereo David Byrne canta Once in a Lifetime. Io vado a preparare il caffè.)

martedì 1 gennaio 2013

Anno che viene, anno che va

 
Il vecchio anno che se ne andava, l'anno scorso, lo avevo salutato così, con un cordiale invito ad andare in quel posto. Ripensandoci ero stato piuttosto ingrato verso il 2011. Era stato un anno un po' di cacca, d'accordo, ma si era ancora in piedi, e le difficoltà di quell'anno alla fine erano abbastanza sotto controllo, o almeno, così sembrava. Deve essersela presa a male, e deve aver lasciato il compito di vendicarsi al nuovo che è arrivato, considerando tutto quello che è successo in questo 2012 del grancazzo!
Questo anno che è appena finito ha sbaragliato tutte le classifiche negative, sconquassato qualunque top five della sfiga, si è autoimposto come Grandissimo Anno di Merda nelle personalissime vicende del Rouge, che pure finora ne ha viste! Niente è come l'anno scorso, e quando dico niente, credetemi, dico niente. Uno stravolgimento totale, un rovesciamento di calzini, un buttare al fosso tutti gli anni precedenti: come non fossero esistiti, puff, scomparso tutto (qualcuno di voi sa, altri avranno intuito, ad altri fregherà una mazza, ma è giusto così: vi voglio bene uguale).
E però non riesco ad avercela col 2012. Voglio dire, non mi fa manco incazzare (ma è una sensazione che ho da un tot), anzi, quasi lo ringrazio. E' stato un anno di grandissima merda, sì, e mi ha lasciato addosso paure e timori per il nuovo che arriva, e una fragilità nuova che però vedo chiaramente, assieme a tante altre cose. E' stato un anno di merda, ma la merda è necessaria, a volte, quando non si può fare altrimenti.
Mi spiace per chi non c'è più. Continua a mancarmi, ma sarà così sempre, e lo si accetta. Mi spiace per quello che se ne è andato, situazioni, luoghi, ma ne sono arrivati altri ed è così che va. Mi ha tolto molto il vecchio anno, ma altro mi ha dato, tra cui la cosa più importante: mi ha restituito a me. Rouge è tornato. E mò cominciano i cazzi!
Ah, buon anno nuovo a tutti.

martedì 18 dicembre 2012

Apice


Io una volta ho visto un apice. Dico sul serio, un apice, il punto più alto di un qualcosa e l'ho visto dal vivo, da posizione privilegiata. Si era in quel di Boves, dalle parti di Cuneo, e non chiedetemi la data esatta ché di anni ne sono passati tanti e con gli anni si sa i ricordi si mischiano, ma doveva essere se non ricordo male il 1998. L'aprile del '98 per essere più precisi, perché stavo all'epoca, per gli amanti di Alta Fedeltà, con la terza della lista, e ci recammo assieme a una amica al concerto organizzato dall'associazione partigiana locale per commemorare i tot anni dell'eccidio. Erano anni in cui i giovani erano particolarmente sensibile all'argomento, ora non so, e io non è che fossi poi così giovane, ma la terza della lista certo lo era e comunque in ogni caso ci sarei andato lo stesso, ché sul palco ci sarebbero stati gli Almamegretta e il Consorzio Suonatori Indipendenti, ex CCCP già da un po'. I primi li seguivo fin dal primo album, li avevo già visti un paio di volte dal vivo e li trovavo veramente bravi, ma la vera attesa era per i secondi che l'estate precedente avevano "spaccato" con Tabula Rasa Elettrificata, arrivando in cima alle classifiche nazionali di vendita e alla notorietà, finalmente. Non erano mai stato così seguiti, e mai più lo sarebbero stati, detto col senno di poi.
Arrivammo sul presto al palazzetto, dentro incontrammo altri amici con cui si frequentava un certo locale qua della zona ormai defunto e mai troppo rimpianto, era stata una bella giornata di sole e c'era una bella atmosfera. Non c'era tantissima gente quando arrivammo, per cui eravamo proprio a ridosso del palco, sotto le transenne.
I primi ad esibirsi, dopo i discorsi di circostanza di un paio di partigiani, furono gli Almamegretta che suonarono giusto un paio di brani, manco ricordo quali, per poi, assieme a Ferretti, mettere su una strana versione tra il rock e il dub di Bella Ciao, versione strana davvero, mai più risentita, per fortuna. Non spensero manco le luci, non c'era molta gente ancora, chi c'era sembrava quasi non seguire l'evento: ci si poteva muovere, si beveva, si chiacchierava e tutto era piuttosto rilassato.
Alla fine sul palco salirono gli altri C.S.I..
Noi, l'ho detto, eravamo proprio sotto il palco: avevo Ginevra Di Marco davanti a non più di tre metri, e Ferretti poco distante. Spensero le luci, e seguirono alcuni minuti di silenzio in cui il gruppo sistemava gli strumenti. Dietro ormai si era riempito il parterre, e anche le gradinate erano piuttosto colme, ma non c'era confusione, anzi, era quasi irreale tutto quella gente e tutto quell'improvviso silenzio.
Poi, cominciò, e le prime note che arrivarono erano quelle inconfondibili di A Tratti. La chitarra campionata, i colpi pesanti di batteria, il riff dell'altra chitarra, le tastiere a far da sfondo e poi la voce greve di Ferretti, il tutto nel religioso silenzio e nell'immobilità di chi stava a guardare. Ora, io quel pezzo lo avevo davvero preso a manifesto, qualche anno prima. Se c'era un brano che mi poteva rappresentare era proprio quello, ora me lo stavano suonando a un paio di metri a tutto volume e io ero lì, che me lo godevo, e non tolsi gli occhi dal palco fino a quando cambia ritmo, qualche minuto avanti, e quando il ritmo cambiò mi accorsi che stavo saltando a tempo, e assieme a me saltavano pure la terza della lista e la mia amica, e con noi saltava tutto il parterre, centinaia di persone che contemporaneamente saltavano più in alto che potevano ripetendo "chi c'è c'è, chi non c'è non c'è, chi è stato è stato e chi è stato non è", e si era tutti una massa unica, unita dalla musica che riempiva tutto lo spazio.
Mi fermai, a guardare indietro, e quella massa saltante era veramente bella a vedersi. C'era una energia che veniva su che è difficile descrivere, ma era bella e potente ed era scattata grazie a un po' di note ben piazzate e a un testo di certo sentito. Una alchimia, vera e propria, pure se è banale usare questo termine.
Guardai poi verso il palco, verso Ginevra. La canzone si era appena conclusa con l'urlo "non va", e lei sorrideva guardando noi, stupita quasi, ma col compiacimento di chi ha smosso qualcosa. Incrociò lo sguardo con quello di Ferretti, come a fargli notare che erano stati loro gli artefici di tutto quanto, e pure lui sorrise, ed eccolo lì, l'apice di una carriera, il punto più alto toccato, quello mai più ripetuto dopo quel tour.
Me lo chiedo ogni tanto, se dietro quel sorriso c'era quello che ho visto io.