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domenica 20 aprile 2014

Citazione


"Il cane odiava quella catena. Ma aveva una sua dignità. Quello che faceva era non tendere mai la catena del tutto. Non si allontanava mai nemmeno quel tanto da sentire che tirava. Nemmeno se arrivava il postino, o un rappresentante. Per dignità, il cane fingeva di aver scelto di stare entro quello spazio che guarda caso rientrava nella lunghezza della catena. Niente al di fuori di quello spazio lo interessava. Interesse zero. Perciò non si accorgeva mai della catena. Non la odiava. La catena. L'aveva privata della sua importanza. Forse non fingeva, forse aveva davvero scelto di restringere il suo mondo a quel piccolo cerchio. Aveva un potere tutto suo. Una vita intera legato a quella catena. Quanto volevo bene a quel maledetto cane".
 
David Foster Wallace - Il Re Pallido

lunedì 13 gennaio 2014

Il grande sconforto


Commento più votato dai lettori sulla pagina del Corriere alla notizia del Golden Globe assegnato a La Grande Bellezza di Sorrentino:
"Il modo facile per i nostri registi di avere applausi dagli stranieri, è fare la solita copia di Amarcord o di Roma di Fellini...hanno capito che l'immagine che all'estero vogliono dell'Italia è di un paese corrotto,con le pezze al sedere,rimasto al Piano Marshall. I personaggi devono rigorosamente gesticolare,urlare ad alta voce e avere relazioni clandestine.....Gomorra, Baaria, Cinema Paradiso e adesso anche questo qui, in un modo o nell'altro ricalcano questo clichè.... Fa più danni all'immagine del paese un film come questi che 100 interventi di enti italiani a sostegno della nostra industria,agricultura e turismo. Spero che quelli che plaudono a questa notizia se ne rendano conto....."
Il dettaglio che forse siamo davvero un "paese corrotto, con le pezze al sedere, rimasto al Piano Marshall", che la maggioranza di noi gesticola, parla ad alta voce, ha relazioni clandestine e dunque non è un semplice cliché, ma una amara verità, sembra sfuggire completamente, come anche il fatto che nella pellicola a queste miserie esistenziali siano accostati momenti, immagini, impressioni di rara bellezza non solo cinematografica, ma profondamente umana.
Sorrentino nei suoi film usa lanciare decine di messaggi, decine di impressioni, a volte, spesso, in contraddizione tra loro. E' la sua vera forza: dai suoi film chiunque può prendere qualcosa. Il fatto che la maggioranza noti solo la messa in scena del peggio mi pare sintomatico del livello in cui siamo (un popolo di coglioni senza speranza, a mio avviso), e la frase detta dal regista a ringraziamento per il premio mi pare fin troppo ottimista. Ma va beh, d'altronde si sa, hanno tutti ragione.

domenica 14 luglio 2013

Men and mice


Si diceva, mesi fa, di come la crisi abbia tirato fuori il peggio dalla gente. Immagino sia una questione di sopravvivenza, inteso come istinto, e non c'è nemmeno da dare colpe: è così, punto. Nei momenti di pericolo, si sa, le reazioni naturali sono due, o combatti o scappi. Il tutto si è aggiornato ai tempi, e oggi combattere equivale a opporre resistenza: cercare nei limiti di mantenersi integri sui propri principi, continuare nonostante tutto a vivere secondo quelli, decidere sempre in base a quelli, continuare a non accettare modelli di vita non propri etc etc etc.... la lista è lunga.  Scappare equivale a rimuovere: far finta che tutto sia come prima, allontanare chi ricorda che tutto non è più come prima, rifugiarsi in una miriade di attività inutili (almeno in questo momento) per poter continuare a pensare che tutto sia come prima, accettare compromessi su compromessi su compromessi (l'imperativo è stare bene, ma ho l'impressione che si equivochi molto su cosa davvero significhi). Detto fra noi, qua mi sembra tutto un fuggi fuggi, ma magari mi sbaglio. Io, per me, mi sento come immerso in un romanzo di Steinbeck. Il problema è che ancora non so se sia meglio essere George, oppure Lennie.

sabato 23 marzo 2013

Acqua


“Ti ricordi quella volta”, mi dicesti, “in cui ti ho cercato per giorni interi senza trovarti. Ero preoccupato e stanco, di correrti dietro a vuoto, come un cane con la sua coda”.
Cane, coda? Di che parli? Sono sempre stata qui. Sì, forse, te lo concedo, ho avuto anni travagliati. Ingombranti da portare. Ma per te ero sempre qui.
“Sempre qui ma con l’animo altrove. A correr dietro a sogni vaghi, a vite sempre in costruzione. Fondamenta gettate e poi rifatte, una, tre, dieci volte e più. Sfiancante da seguire”.
Eri teso mentre parlavi. Cercavi dentro te le parole giuste, ma ti conosco: le parole le avevi scelte con cura, in chissà quanti monologhi mentali, per poterti presentare a me a dire quello che pensavi da tempo.
Bastardo.
Ecco, l’ho detta finalmente, la parola.
Dovrei provar sollievo. Riconoscerti per ciò che sei, fuori dagli sguardi menzogneri dell’amante, compagna, moglie. Vederti finalmente senza la struttura che ti avevo voluto dare: uomo perfetto, amante ideale, bello brillante giovane.
Per te ho lasciato uomini, di gran lunga migliori. Ho tagliato i ponti con quello che avrei dovuto essere. Rinunciato, barattato. Scelto.
Dovrei provar sollievo.
 
“Sei sicura di quello che fai?”
Anche tu, papà, ti ci metti anche tu?
“Sei sicura di quello che fai?”
Sì. Cioè, forse, non so.
“Sei sicura di quello che fai?”
Sì, sono sicura. Sicurissima. Assolutamente certa.
“E’ molto giovane”.
Non così tanto giovane.
“Tutti quegli anni tra voi. Peseranno”.
Ma perché? Cioè, chi lo dice?
“Peseranno”.
Avevi ragione (“tutti quegli anni”). Ma ti prego basta. (“peseranno”).
 
Il cielo fuori è grigio, ancora. In questa stanza c’è poca luce. Va avanti da settimane. Piove di continuo, da talmente tanto che mi sembra impossibile possa esserci mai stato il sole.
Anche quando ti conobbi pioveva. Entrai nel bar sottobraccio alla mia amica, quella che tu conoscevi bene. Ridevamo. La pioggia ci aveva colto all’improvviso, obbligandoci a una corsa giovanile e inutile per cercar riparo.
Tu eri seduto a un tavolo, al solito da solo, con la tua aria da maledetto che tanto ti piaceva. Giocavi a fare il poeta. Davanti a te un liquore dal gusto amaro (te ne chiesi), il quaderno da cui non ti separavi mai, in mano la penna. Giocavi a buttar giù pensieri sconnessi, guardando il mondo da dietro gli occhiali portati più per vezzo che per necessità. La barba sfatta, i capelli fintamente scompigliati, quell’aria altezzosa e superba.
Mi colpì il modo in cui parlavi. La tua voce aveva una cadenza lenta e volli vederla dolce.
Sorridesti nel vederci, me e la mia amica, coi capelli bagnati, starnutire all’unisono.
Quella sera, a casa, ti pensai. Mi stupì rendermene conto. Poi, i giorni seguenti, passai più volte in quel bar, sperando di trovarti. Non so cosa cercassi venendo lì, se te oppure me.
Mi scoprivo la sera a pensare sempre più spesso a quello che avevo. Tiravo giù le somme di una vita finora senza pensieri. Mio marito, il mio ex marito, non si accorse di nulla.
Quando gli dissi che me ne andavo restò attonito, incapace di comprendere. Gli sfuggiva il senso di una scelta che gli parve avventata e stupida.
 
“Ti pentirai”
Pensa a te.
“E’ una infatuazione, un capriccio”.
Non capisci, non hai mai capito.
“Buttare tutto all’aria per un ragazzino”
Non è un ragazzino. E’ molto più uomo di quanto tu non lo sia mai stato.
“Ti pentirai”.
Forse. Son fatti miei
“Un ragazzino”.
Avevi ragione anche tu (“ti pentirai”). Contento ora? (“un capriccio”). Ma infatuazione certo no.
 
Mi portasti a vivere in questo posto. Mi piaceva. Non aveva nulla di quello che avevo lasciato e per questo mi piaceva. Barattare una cosa per un'altra simile non avrebbe avuto senso. Meglio stravolgere tutto. Ricominciare da capo. Riprendere in mano i fili interrotti anni prima per amor di convenienza. Rituffarsi nuovamente nei sogni giovanili, con qualche ruga in più, con un conto in banca migliore, le spalle coperte da una precedente vita. L’occasione per mettere in pratica tutto quello che avrei voluto fare. Continuare a lavorare, certo, cercando libri da pubblicare, come ho sempre fatto. Ma con spirito diverso, l’arte per l’arte e non per guadagno.
Era quello che tu dicevi sempre, che mi ripetevi ogni qualvolta cercavo di indirizzare le tue cose. Criticavi il mio voler cercare il consenso del pubblico, dandogli quello che si aspettava. Belle storie, semplici e lineari. Passatempi per la mente più che nuova linfa.
Ti introdussi nel mondo dei libri. Pubblicasti, finalmente, uno, poi un altro. Eri bravo, devo ammetterlo.
Mentre tu godevi del successo io cercavo nuove strade, per te e per me. Le tue si aprivano facili, le mie erano tortuose e strette.

“Lavori troppo”
Non mi sembra.
“Lavori troppo”
Cerco di realizzare.
“Hai l’aria stanca”
Non è facile mandare avanti le pubblicazioni e poi scrivere, anche.
“Stasera esco”
Va bene. Ho da scrivere.
“Stasera non ci sono”
Di nuovo? Dove vai?
“Non ci sono”
Hai un’altra?
“Che sciocchezza!”
Hai un’altra?
“Non complichiamo le cose”
Hai un’altra!
“Lavori troppo”
 
Bastardo.
 
Questo bagno schiuma è l’unica cosa che mi hai lasciato. Lo usavi sempre e a lui devi quell’odore dolce che lasciavi in giro. Non eri tu. Era un volgare sapone alla pesca.
Mentre lo verso nell’acqua calda della vasca mi accorgo che è quasi terminato. Non so se ne comprerò un altro simile. Mi ricorda troppo te.
Forse sì. Una volta ancora.
Mi immergo nell’acqua cercando sollievo. Il vapore che sale riempie la stanza di condensa. Sulle mattonelle cominciano a formarsi una miriade di gocce, pesanti, scivolano in basso, formando rivoli di acqua dalle molteplici forme.
Acqua. Spinta vitale. La cerco consapevolmente ora. Mi immergo nell’acqua tutti i giorni e ci resto ore. Tento di riprendermi ciò che mi hai tolto affidandomi all’elemento della nostra storia, scivolata via veloce, come un fiume gonfio di pioggia.
Chissà dove sei ora, giochi ancora a fare il poeta?
 
“Piove lacrime di sale
La terra”


Che stronzata.

sabato 9 marzo 2013

Consapevolezze

"Tu sei solo, e lo sai. Tu sei nato per vivere sotto le ali di un altro, sorretto e giustificato da un altro, che sia però tanto gentile da lasciarti fare il matto e illuderti di bastare da solo a rifare il mondo. Non trovi mai nessuno che duri tanto; di qui, il tuo soffrire i distacchi - non per tenerezza. Di qui, il tuo rancore verso chi se n'è andato; di qui la tua facilità a trovarti un nuovo patrono - non per cordialità. Sei una donna, e come donna sei caparbio. Ma non basti da solo, e lo sai."
 
Cesare Pavese - Il Mestiere di Vivere - aprile 1947

sabato 19 gennaio 2013

Aforisma


"Finché ti morde un lupo, pazienza.
Quel che secca è quando ti morde una pecora."